Le parole creano il tuo mondo


Vincenzo Adamo
Le parole creano il tuo mondo

Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita

Federico Fellini

Il linguaggio è certamente una delle capacità più straordinarie dell’essere umano.

Costituisce un mezzo di relazione con gli altri, la base dei nostri pensieri e della nostra identità. È inoltre un importante strumento di cambiamento, come ad esempio accade nella psicoterapia.

Nel mondo esistono circa 7000 lingue diverse.

Il potere delle parole

Le parole che usiamo hanno il potere di trasmettere idee, cambiare il nostro stato emotivo e addirittura alterare la percezione dei colori.

Ad esempio, gli Himba sono una tribù della Namibia che usa un linguaggio particolare: hanno tantissimi nomi per il verde ma nessuna parola per descrivere il blu.

In un esperimento è stata osservata la loro percezione dei colori ed è emerso che non sono capaci di distinguere il blu dal verde. Sono invece particolarmente capaci di distinguere le minime sfumature del verde.

Le parole che usiamo per descrivere la nostra realtà non si limitano a una funzione descrittiva, piuttosto hanno un vero e proprio potere creativo.

Ecco alcune abilità che differiscono in base al linguaggio utilizzato:

  • La discriminazione dei colori
  • La rappresentazione del tempo
  • Imparare cose nuove
  • La descrizione degli eventi e di conseguenza il loro ricordo

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Il coronavirus e la metafora della guerra

La psicologia ci mostra che il linguaggio e le emozioni sono estremamente collegate tra loro.

Usando parole tossiche creiamo emozioni negative.

Nella gestione di situazioni di crisi la comunicazione assume un’importanza fondamentale nell’influenzare i comportamenti individuali e collettivi.

L’emergenza Covid-19 è stata fin dall’inizio quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico. Si è parlato di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra. Ogni sera la Protezione civile, nel periodo di pandemia, diramava un bollettino con il numero dei morti e dei contagiati.

L’ex Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non nominava mai il coronavirus ma parlava di virus cinese o di virus di Wuhan. In fondo siamo abituati a chiamare le malattie in base al paese lontano o nemico da cui provengono: l’asiatica, la spagnola, ecc.

L’unica risposta che conosciamo per una potenza nemica che ci attacca è la guerra.

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Principali conseguenze

La guerra è una delle poche attività umane verso cui la gente non guarda in modo realistico.

Non ne vengono ad esempio valutati i costi o i risultati. In una guerra generalizzata, le risorse sono spese senza alcuna prudenza. Questo perché la guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo.

Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e potenziali vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto.

Applicare la metafora della guerra e della sconfitta a una malattia significa caricare il malato di sensi di colpa e ostacolarlo nel suo percorso di guarigione.

Liberarsi da una malattia, superarla per tornare a vivere tra i sani, non è una questione di valore militare, di forza, di costanza, di eroismo del singolo.

È importante, invece, esser ben curati, utilizzare le risorse sanitarie in modo appropriato adottando nuovi protocolli frutto di recenti ricerche.

Le conseguenze nella competizione geopolitica

Ogni volta che parliamo o scriviamo, creiamo un contesto concettuale con le nostre parole.

In una realtà dove la divisione è un riflesso della risposta in stile bellico al Covid-19, i paesi che praticano solidarietà possono avvalersi di una nuova reputazione.

La Cina, ad esempio, a inizio pandemia non ha esitato a mobilitarsi per aiutare l’Italia impegnata nell’emergenza. Anche Putin ha sfruttato la divisione tra Unione Europea e l’iniziale lentezza degli USA.

Aiuti internazionali che hanno spesso una natura doppia: umanitaria e di soft power, conferiscono uno status internazionale e costruiscono nuove alleanze.

Vincere il virus è importante. Per molti vincere la competizione geopolitica potrebbe esserlo di più.

Al posto d’immagini di conflitti e battaglie, ogni cittadino preferirebbe senz’altro essere messo nella condizione di vivere la propria realtà con politici che possano governare in modo armonioso, risolvendo problemi, valutando priorità, gestendo al meglio il bene pubblico.  

Possibili soluzioni

Ogni giorno noi percepiamo dall’ambiente molti stimoli, li analizziamo e poi li immagazziniamo. Tutto quello che percepiamo dall’esterno, fa nascere in noi delle rappresentazioni mentali. Esse possono essere positive o negative.

Un articolo del Guardian di qualche tempo fa denunciava come le metafore della guerra applicate al cancro abbiano un effetto inibitorio nei pazienti, che si sentono da subito sconfitti, condannati a morte fin dalla prima diagnosi.

Parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi.

Un’alternativa alla metafora della guerra potrebbe essere l’utilizzo della Detective’s story.

Gli aspetti che guidano all’azione sono:

  1. la descrizione del target delle persone coinvolte
  2. la delineazione del problema in tutte le sue parti
  3. i mezzi da utilizzare
  4. le priorità
  5. il raggiungimento di una nuova soluzione
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Conclusioni

L’attrazione per il linguaggio marziale è comprensibile, poiché colpisce l’attenzione. Allo stesso tempo può essere pericoloso affrontare una crisi invocando un’analogia con la guerra.

Per definizione, la guerra è morte, distruzione senza limiti, comprende eventi incontrollabili. Il linguaggio della guerra divide le comunità.

Abbiamo visto svuotare i supermercati da chi preso dal panico perseguiva il tentativo di prevenire il razionamento in tempo di guerra.

Negli Stati Uniti  davanti ai negozi di armi si sono formate file di persone che pensavano che la miglior difesa contro un’epidemia da Covid-19 fosse un fucile semiautomatico.

Abbiamo un urgente bisogno di nuove metafore e di parole per raccontarci i giorni che stiamo vivendo.

Quelle vecchie rischiano di trasformare in un incubo non solo il presente ma, soprattutto, il futuro che ci aspetta.

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire

Alda Merini

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