Il viaggio della nostra vita

Dalla ricerca alla perdita della propria identità e sentirsi solo e straniero nel proprio mondo interiore


Maria La Russa
Il viaggio della nostra vita

Il senso di calore, protezione e cura evocato dall’immagine di una mamma che tiene in braccio il proprio figlio trascina tutti noi verso emozioni dolci e rassicuranti che, per un attimo, ci fanno dimenticare la costrizione fisica e mentale necessaria ad adattarci in una società che ci invia stimoli continui e spesso contraddittori e fastidiosi.

Il pensiero corre verso la nostra infanzia, al nostro passato rapporto materno ricco di calore e di cura o, se meno fortunati, ai diversi rapporti affettivi discontinui ed occasionali che comunque ci hanno lasciato un dolce ricordo.

Tutta la nostra vita scorre come un filmato che, in alcuni tratti diventa lento, per meglio assaporare la dolcezza dell’emozione che emerge, o velocissimo, per evitare che l’emozione del ricordo negativo emerga fluida come un fiume in piena sommergendo l’animo ed offuscando la vista.

Tutti noi ricordiamo con estremo piacere come era confortante piangere ed essere consolati, essere in difficoltà e ricevere aiuto, sentirsi stanchi ed essere presi in braccio, avere paura ed essere protetti, soffrire ed essere consolati…

Ma, volgendo lo sguardo alla nostra realtà di adulti o di adolescenti ci assale una profonda tristezza per le prove di sofferenza che abbiamo dovuto sopportare o che stiamo ancora affrontando o ancora, che abbiamo dovuto superare e per quelle che ancora ci aspettano.

Perché tale discrepanza ci sgomenta?
Perché è così difficile oggi, per tutti noi adulti, collegare il tempo emotivo bambino con il tempo emotivo adulto?
Perché l’adulto ha difficoltà a connettere la sua emotività infantile con la sua emotività matura? 

La complessità delle risposte trova senso nella complessità degli eventi vissuti passati e presenti che, per le diverse situazioni implicano un numero infinito di variabili causali e poco resta, dunque, per poter configurare un’ipotesi per l’incoerenza emozionale ed affettiva che ci assale nel tentativo di trovare risposte comprensibili e ricche di senso e significato.

Comprendere però la dinamica della discrepanza è un tentativo che potrebbe aiutarci a limitare smarrimenti e perdite di identità e, in primo luogo occorre pensare a quanto, il genitore o la figura di riferimento che accudisce ed assiste alla crescita di un bambino, si sostituisce a lui nei compiti quotidiani, nella gestione delle sue emozioni e nell’affrontare i conflitti. 

Basta pensare a quante volte i compiti quotidiani di cura personale come lavarsi, vestirsi, mangiare, organizzare e sistemare i giochi, i vestiti o i libri del bambino vengono risolti dalle mamme o dai papà per accelerare i tempi della giornata e quante altre volte al proprio figlio viene impedito di occuparsi delle sue emozioni negative per imparare a gestirle al fine di risparmiargli quel piccolo carico di sofferenza emotiva.

È molto facile per un adulto risolvere le paure del bambino con “non ti preoccupare ci sono io”, oppure risolvere le sue rabbie con stai tranquillo ci penso io” piuttosto che aiutarlo a capire cosa sta provando in quel momento, perché lo prova e come può risolvere la sua paura o la sua rabbia. 

È molto probabile che lo stesso adulto abbia imparato a sue spese le strategie di risoluzione delle paure e della rabbia e che non sappia spiegarle al proprio bambino perché ottenute attraverso modalità poco chiare ed inconsapevoli e, dunque, quale colpa può essergli attribuita? Quale intenzionalità o responsabilità si palesa? 

Sembra configurarsi una incompetenza genitoriale che fonda le sue radici in vuoti e mancanze di informazioni, di conoscenza, di esperienza, di consapevolezza e di responsabilità personale che, inevitabilmente, ci riportano a smarrimenti identitari, ad incapacità di pensiero e di azione ed a conseguenti sensi di colpa e sentimenti di vergogna non risolti dai nostri genitori e che, in quanto inconsapevoli, non hanno potuto impedire che tali mancanze e sentimenti ricadessero involontariamente sui figli.

Fino all’età delle scuole elementari il bambino viene protetto dai genitori o dalle figure di riferimento sia fisicamente che emotivamente ma quando l’adulto ritiene che è giunta l’ora di lasciarlo andare da solo improvvisamente egli si trova ad affrontare situazioni che producono delusioni, rabbie e paure senza il conforto di chi, fino ad allora, si era sostituito a lui nella gestione delle sue emozioni. 

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Prevedibile è allora la reazione del bambino che dovrà necessariamente far fronte a situazioni per lui nuove: gioia per il senso di libertà ma terrore e sgomento per il suo ritrovarsi solo a confrontarsi con le diverse situazioni sociali che, ineluttabilmente, sollecitano risposte emotive a cui il bambino non è pronto a comprendere o a gestire a causa dell’incompetenza e della sua mancanza di consapevolezza.

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I conflitti con i compagni, le richieste degli insegnanti, le pressioni del mondo esterno e le diverse relazioni sociali generano così nel bambino uno smarrimento identitario di difficile gestione: solo e straniero nel proprio mondo interiore, incapace di comprendere i suoi errori, le sue inibizioni, le sue timidezze, le sue paure e le sue rabbie ma cosa mai può fare per sentirsi di nuovo rassicurato e protetto?

Manca la stampella che, fino a quel momento, era stata assicurata dalle figure genitoriali. L’amico prima e gli amici dopo sostituiscono la stampella e la rabbia del giovane prodotta dai continui sensi di inadeguatezza si scarica proprio sui genitori che, nella loro inconsapevolezza, non riconoscono più il loro amato e si interrogano sui motivi del cambiamento.

Facile diventa, dunque, per i genitori, collocare tutto il cambiamento del loro figliolo sul difficile passaggio di vita rappresentato dall’adolescenza, sulla tempesta ormonale, sugli amici che influenzano le sue nuove scelte e, per incapacità o per mancanza di risorse evitano accuratamente di mettersi in discussione, di interrogarsi sui motivi di tale scompiglio affettivo-relazionale e sulle possibili soluzioni da trovare.

I genitori, anche loro, cercano conforto in altri genitori che vivono la stessa sofferenza e si rassicurano nel mal comune mezzo gaudio lasciando che il tempo rimetta le cose a posto nella speranza che gli amici siano dei bravi ragazzi tali da non compromettere la già precaria condizione del loro caro figliolo.

Il giovane vive così sulla propria pelle le esperienze più belle e, a volte, anche le più tragiche, frutto dell’esplorazione e della conoscenza della diversità senza poter contare su  adulti di riferimento, scopre che il mondo, fino a quel momento rappresentato dai suoi cari genitori e dalla sua casa è molto diverso e ricco di nuovi aspetti affascinanti e che l’esperienza diretta della conoscenza produce in lui un vago senso di potere.

Si sente padrone del mondo e la sua curiosità è senza freni ma la sua affettività è messa a dura prova: da una parte un mondo che si sgretola con padri e madri che si lamentano per il suo comportamento e, dall’altra parte, nuovi amori ed affetti che prima entusiasmano e poi deludono.

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Compiti scolastici da assolvere, conflitti da risolvere, futuro da costruire e vaghi obiettivi risultano spesso schiaccianti per giovani con personalità fragili che si perdono nell’alcol, nelle droghe o in altre dipendenze nella vana ricerca della stampella che possa sostenerli nel loro difficile cammino.

Ma dove sono i genitori?
Cosa fanno i genitori?
Non sono forse loro gli adulti responsabili della sorte del proprio figlio? 

Ahimè! Che atroce sofferenza provano anche loro!

Scoprire che per il loro amato figlio non sono più il centro dell’universo li sgomenta, spesso, hanno anche perso il valore della coppia e la loro esistenza è senza più scopo. 

L’inadeguatezza sommerge la loro persona, la depressione è sempre in agguato e, in totale smarrimento anche loro cercano una stampella.

Capita così che un’altra donna o un altro uomo entrano in scena a sabotare una famiglia che era già precaria oppure nuovi interessi strani e non condivisibili si creano per colmare vuoti insostenibili.

Qualcuno ha il dovere e il diritto di reagire a tale dinamica relazionale-psico-educativa-affettiva perversa, che reagisca l’adulto genitore o il giovane figlio ormai adulto è un’opportunità, che reagisca il terapeuta o il sacerdote se interpellati è un’opportunità, che reagisca l’amico o il parente più vicino è ancora un’opportunità ma è estremamente importante che le persone si considerino persone e non riconosciuti solo nel ruolo, è importante parlarne, conoscere il problema e non ignorarlo per comodità.

Ma chissà se avverrà mai la riflessione degli adulti o degli adolescenti diventati giovani adulti su un bilancio così negativo, chissà se, ancora una volta, gli adulti e in particolare i giovani che portano dentro ancora fresche le loro ferite, faranno finta di non vedere e di non sentire per non mettersi in discussione o se, spinti da disperazione esistenziale cercheranno dentro il loro mondo interiore le cause, i motivi e le mancanze che, perpetrati nel tempo, hanno generato tale fallimento.

Diverse possono essere le risultanze ma, il rischio più grande, è di scivolare nel cinismo che permette di non soffrire, che chiude la porta della sensibilità e dell’affettività e, al loro posto, importante diventa, dunque, la materialità, il denaro e gli interessi di potere e di visibilità in genere. 

I dialoghi tra i familiari e l’intera comunicazione sociale si centrano così su argomenti che, scevri da sentimento ed affetto, vengono modulati dal dare e avere che ciascuna persona esige con ulteriori complicazioni delle relazioni familiari.

Che meravigliosa esperienza invece, prendere coscienza della propria condizione e ricostruire il proprio mondo affettivo e relazionale, salvare il salvabile ed aggiungere nuovi accorgimenti per migliorare la propria vita, le proprie relazioni ed i propri affetti.

Occorre, naturalmente, saper sopportare la sofferenza del fallimento e con coraggio rivedere i propri sentimenti, le proprie emozioni, i propri valori e saper modificare gli atteggiamenti di chiusura. 

Occorre fare i conti con sé stessi, eliminare il superfluo e cercare nuovi elementi utili a ristrutturare in modo più solido le basi della propria psiche, colmare i vuoti affettivi e ritrovare il senso della propria esistenza nel proprio mondo interiore che attraverso l’esplicazione di valori, emozioni e sentimenti ci permette di costruire o ricostruire nuovi legami affettivi e relazionali gratificanti e costruttivi.

Sono gli uomini di buona volontà che riescono a far spuntare un fiore dalle ceneri, un fiore che profuma di intenso amore capace di attrarre l’attenzione e la volontà di tanti altri uomini e che ci offre la speranza del nulla è perduto

L’auspicio è che tanti adulti e tanti giovani adolescenti siano tanti uomini di buona volontà capaci di spendere la loro esistenza coltivando sé stessi come fiori intensamente profumati di amore capaci di restare eterni nel ricordo di chi li ha conosciuti.

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