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L’equilibrio instabile della nostra reputazione


Angela Maluccio
L’equilibrio instabile della nostra...

Cosa penseranno gli altri di me se mi comporto così, se indosso quel vestito, se mangio quella cosa, se non mi presento a quella festa, se mi mostro troppo accondiscendente, se non faccio quella chiamata, se…

Non possiamo negare che almeno una volta al giorno ci poniamo uno o più di questi interrogativi, che iniziano spesso con un se, a voler sottolineare che solo al verificarsi di determinate condizioni resteremo incolumi sul ring del giudizio sociale.

È come stare in compagnia di una scimmia urlatrice interna che, impertinente, ci disturba proprio nel momento in cui stiamo per scegliere qualcosa, inneggiando: sei sicura? ma cosa penseranno gli altri? e noi puntualmente entriamo in conflitto con noi stessi.

In quel momento ci sdoppiamo e ci poniamo agli estremi di una fune immaginaria. Da un lato ci siamo noi che tiriamo timidamente per difendere quello che desideriamo veramente, al capo opposto tira la parte di noi che indossa le aspettative altrui e quello che può piacere agli altri.

È una lotta dura e vince il più forte. Con il passare del tempo la scimmietta impertinente non la sentiamo più e le aspettative altrui assumono le dimensioni di un enorme macigno che schiaccia totalmente i nostri desideri.

La parte più vera di noi soccombe sotto il peso di giudizi, valori e pregiudizi che facciamo nostri e, aderendo ad essi, ci dimentichiamo chi siamo e cosa vogliamo. A quel punto il parere altrui diventa una questione vitale che può estendersi a tutti gli ambiti della vita.

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Nei casi più virtuosi l’attenzione alla reputazione viene circoscritta al recinto degli acquisti, e quindi svincolata dalle questioni strettamente personali. In questi casi, succede ad esempio, di consultare pedissequamente tutte le recensioni prima di acquistare un determinato prodotto, o di essere particolarmente sensibili ai pareri soggettivi associati allo stesso, o molto influenzabili dai marchi famosi, che garantiscono maggiore fiducia in virtù del consenso pubblico anche a scapito della qualità del prodotto stesso.

Con questo non si intende dire che l’opinione altrui non sia importante, o che non si debba tener conto dell’altro nelle proprie scelte, ma quando l’assenso altrui diventa improrogabile per prendere delle decisioni, o ci si sente paralizzati nel fare scelte autonome, allora lì un parere diventa una trappola e non più una risorsa.

E dunque chiediamoci perché la reputazione ha tutto questo potere su di noi.

Cos’è la reputazione?

Con reputazione intendiamo la stima e la considerazione in cui si è tenuti dagli altri – dal dizionario Treccani – che nasce nelle nostre relazioni in base a ciò che diciamo, in base a come ci comportiamo, a come trattiamo gli altri, a ciò che scriviamo sui social, dai valori che rappresentiamo pubblicamente e dalla coerenza manifestata con questi ultimi.

Molti di noi sono pubblicamente conosciuti e apprezzati, o al contrario disprezzati, proprio per aver adempiuto o violato alcuni ideali o aspettative sociali.

La nostra reputazione è molto legata, quindi, a ciò che siamo e facciamo, a come gestiamo le pubbliche interazioni, ma anche a ciò che gli altri dicono di noi non appena lasciamo una stanza o giriamo l’angolo, giudizio basato essenzialmente sull’esperienza che essi hanno fatto di noi e su come li abbiamo fatti sentire in una o più occasioni relazionali.

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Quando la reputazione influenza le nostre scelte

Oggi capita di frequente di trovare un idraulico o un professionista grazie ai portali di ricerca sui social e sceglierli in base ai pareri della gente che ha già avuto esperienza con la persona in questione, oppure in base al commento del parente o amico di turno che fa pubblicità all’interessato.

Il numero di stelline associato ad un nome ha un potere enorme e influenza notevolmente le nostre scelte e quelle di altre persone, siano esse veritiere o fasulle, facendoci propendere nella scelta di quella persona anziché un’altra, magari più competente.

Questo mi porta a considerare come per un libero professionista da una buona reputazione sui social possa dipendere l’esito di una carriera.

In caso positivo essa può garantire maggiore visibilità e quindi più clienti, maggiori occasioni e responsabilità, perché in poco tempo grazie ad un commento positivo a valanga ne subentrano altrettanti. Un parere negativo, al contrario, può danneggiare una carriera lavorativa in un batter di ciglia.

Che ci piaccia o no le persone tendono a fidarsi dell’opinione degli altri nelle proprie scelte. I consumatori si stanno adeguando ad una nuova realtà, sempre più influenzata da tattiche pubblicitarie digitali.

Di conseguenza le aziende, per tenere il passo e rimanere sulla cresta dell’onda, giocano proprio sulle dinamiche psicologiche della reputazione, falsando le recensioni e facendoci credere che un marchio, o un professionista, sia preferibile ad un altro.

Lo confermano i dati del rapporto speciale del Barometro sulla fiducia Edelman 2019, che con uno studio su otto paesi dal titolo In Brands We Trust? mostra che l’81% dei consumatori ritiene importante per l’acquisto corretto il potersi fidare del marchio; oltre il 70% collega l’acquisto alle considerazioni legate alla fiducia sulla società di vendita, compresa la catena di fornitura, la reputazione, i valori, l’impatto ambientale e il parere dei clienti, prima del profitto.

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La popolazione è influenzata sempre di più dagli influencer dei social media. La stessa ricerca mostra che il 63% degli intervistati – di età compresa tra i 18 e i 34 anni – si fida maggiormente di ciò che gli influencer dicono di un marchio, molto più di quello che il marchio dice di sé. Inoltre, il 58% dichiara di aver acquistato un nuovo prodotto negli ultimi sei mesi grazie al parere di un influencer.

L’instabilità della reputazione

Il filo che lega la reputazione al suo oggetto è in realtà sottilissimo, e come una bolla di sapone si può disintegrare sotto la potenza di un soffio. Essa è incline a scomparire proprio perché sostenuta dai fragili meccanismi del pettegolezzo, del pregiudizio, del sentito dire.

È l’inconscio collettivo che muove tale ingranaggio e ingloba in sé anche coloro che non sono molto interessati a godere di pubblici applausi.

Sembra che non si salvi nessuno dall’occhio degli altri e la nostra reputazione salga e scenda in base alla soggettività di un ingiusto termometro sociale, che misura la nostra immagine in base a quanto ci avviciniamo o allontaniamo da alcuni ideali e valori socialmente accettati: bontà, successo, fama, decoro, appartenenza ad un gruppo, matrimonio, convivenza, figli, religiosità, provenienza, e si potrebbe continuare all’infinito.

Eppure alcune persone per costruirsi un briciolo di reputazione sociale sono disposte a tutto, soprattutto i giovanissimi, anche a modificare la propria identità a seconda del contesto e delle richieste ambientali, trasformandosi di volta in volta in esseri impulsivi, avidi, lussuriosi, vanitosi, egoisti, manipolando chi gli sta intorno per ottenere un like in più per colmare il proprio sé debole e immeritevole.

Più si hanno esperienze biografiche di umiliazione, più aumenta il bisogno di applausi fragorosi che riempiano il profondo senso di vergogna e di vuoto. Per poi pagare un prezzo altissimo, al minimo errore, e crollare a picco verso il basso nel buco nero della disistima collettiva.

Vedersi improvvisamente inadeguati agli occhi altrui può avere effetti psicologici devastanti, soprattutto per gli adolescenti, e condurre all’isolamento e nei casi estremi al suicidio.

Si inizia con l’evitare tutti coloro che non appartengono alla cerchia degli intimi, in quanto potenziali nemici, perché il loro giudizio è una insidia che pesa e porta giù verso quel baratro insopportabile. Finché diventa impossibile andare ad una festa, o anche camminare per strada.

Con-vivere con il giudizio pubblico

Credo sia impensabile vivere una vita senza reputazione in una società come la nostra i cui meccanismi si fondano sui giudizi di valore; è come chiedere ad una lumaca di camminare senza la sua corazza.

Tuttavia possiamo difenderci dall’assalto del giudizio pubblico, e non diventarne schiavi, se partiamo da noi stessi.

Del resto il circolo vizioso della dipendenza dal giudizio altrui ha inizio proprio quando ci dimentichiamo di noi stessi e lasciamo troppo spazio all’altro di definirci.

Credo sia fondamentale liberarsi di alcune convinzioni di fondo, tra cui quella di poter esercitare un controllo sul pensiero altrui, che rimane una delle più grandi illusioni del nostro tempo.

Inoltre possiamo migliorarci, e siamo chiamati a farlo fino alla fine dei nostri giorni, ma il fatto di raggiungere standard perfezionistici è una utopia. Sarebbe importante anziché autocommiserarsi, guardarci con occhio benevolo, ridere dei nostri sbagli, ricordandoci che siamo tutti esseri limitati.

Abbiamo il diritto di sbagliare ed essere deboli in talune circostanze, e probabilmente gli altri lo noteranno, e avranno da ridire, ma non per questo soccomberemo.

Anzi se respiriamo profondamente, senza far partire subito radio-criticità nella nostra testa, ci accorgeremo di esser vivi e di poter resistere ad uno sguardo critico, rimanendo a testa alta e saldi in noi stessi.

Alterneremo momenti nella vita di grande popolarità, a momenti di isolamento, probabilmente di vuoto interiore, ma l’importante è sapere di poter contare su persone fidate che ci ameranno per quello che siamo, a dispetto dei nostri errori.

Credo che se utilizzassimo le stesse energie che usiamo quotidianamente per monitorare la nostra popolarità sui social nella frequentazione di persone genuine, anche meno social, con le quali condividere autenticamente noi stessi, saremmo le persone più stimate del mondo.

Paradossalmente la nostra stima agli occhi altrui aumenta se ne siamo meno schiavi. Se ci fate caso le persone più popolari sono anche quelle maggiormente autoironiche e leggere, e questo atteggiamento è da sempre una calamita di popolarità.

Provare per credere.

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